La devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio, avvenuta nel 1598, ha irrobustito il controllo della chiesa sull’operato degli artisti, in particolar modo per quanto concerne le iconografie, gli schemi e i simbolismi dettati da direttive clericali emanate in un periodo storico caratterizzato dal rigido clima religioso della Controriforma. Di conseguenza, le pale d'altare del periodo presentano una struttura compositiva più schematica e semplificata, raramente diversa dalla tradizionale disposizione piramidale. Gli orientamenti della chiesa tendevano a preferire l’assenza di elementi marginali e decorativi, non strettamente legati alle storie sacre protagoniste dei dipinti: si preveniva in tal modo ogni possibilità di lettura divergente dall'intenzione devota o celebrativa prescritta dall'iconografia.
Un vincolo particolarmente incisivo fu imposto dal vescovo Giovanni Fontana che, cercando di riportare all’attenzione degli artisti le norme del Concilio di Trento, sancì I'obbligo per pittori e scultori di sottoporre alla sua attenzione i bozzetti delle opere destinate alle chiese, agli oratori e ad ogni tipologia di ente religioso presente sul territorio cittadino al fine di ottenerne l’approvazione prima di realizzare la versione definitiva, stabilendo una pena pecuniaria per gli inadempienti.
Un'opera che rispecchia significativamente i dettami introdotti dalla Controriforma è il San Carlo Borromeo in adorazione della Beata Vergine di Reggio del pittore ferrarese Jacopo Bambini, realizzata intorno al 1620. In questo caso il pittore riveste a pieno i panni di “pittore della Controriforma”, realizzando un' opera dalla composizione particolarmente semplificata, volutamente scevra di dinamismo e spazialità, in una concezione della pittura ridotta alla realizzazione di icone sacre dalla facile lettura davanti alle quali pregare.
Malgrado l’idea storicamente consolidata che vede il Seicento ferrarese come la fine dell’epoca d’oro della reggenza estense e l’inizio del declino di una città retrocessa da capitale a periferia, in questo periodo storico, a Ferrara, si innescarono particolari suggestioni ed influenze capaci di apportare significativi mutamenti nell’arte ferrarese, che esprimono la rinnovata temperie culturale della città. L’arte prodotta nell’epoca legatizia è infatti testimonianza di una fase pittorica, scultorea, teatrale e musicale tutt’altro che spenta e in decadimento, certo diversa da quella dei fasti estensi, ma riflesso di una realtà nuova di cui si fece necessaria interprete.
Bibliografia:
- E. Riccòmini, Il seicento Ferrarese, Milano 1969
- B. Ghelfi, Pittura a Ferrara nel primo Seicento: arte, committenza e spiritualità, Bologna 2011
Scritto da: Francesco Chirico
Editor: Francesco Chirico