Il paesaggista settecentesco Giuseppe Zola, originario di Brescia, divenne a Ferrara una figura di rilievo nella scena pittorica locale, realizzando numerose vedute caratterizzate da elementi naturali ed architettonici, talvolta puntinate da piccole figure immerse nello scenario, che contribuirono a definire l'estetica del paesaggio nell'arte ferrarese del tempo.
Giuseppe Zola, artista dalla produzione particolarmente prolifica, ha goduto di scarsa attenzione da parte degli studiosi moderni, a fronte invece del notevole successo che riscossero le sue opere mentre egli era in vita. D’altra parte, fu assai apprezzato dalla critica del XVIII e XIX secolo: fra i tanti, Luigi Lanzi lo cita nella sua opera sulla storia della pittura italiana, lodandolo come “uno dei protagonisti del rinnovamento dell'arte paesaggistica nella Ferrara del Settecento”.
Zola nasce a Brescia nel 1672 ma le modalità e i tempi del trasferimento del pittore a Ferrara rimangono attualmente sconosciuti, così come le fasi biografiche e professionali che precedettero il suo arrivo. È possibile che, prima di stabilirsi nella città legatizia, egli abbia perfezionato la sua formazione e affinato la sensibilità verso la natura e il paesaggio grazie ad un soggiorno a Venezia dove, sul finire del XVII secolo, operavano due dei principali paesaggisti dell'epoca: l'olandese Pieter Mulier, conosciuto come il Cavalier Tempesta, e l'austriaco Johann Anton Eismann. Dal possibile contatto con quest’ultimo, Zola potrebbe aver acquisito l’abilità nell’arricchire i paesaggi con architetture e altri elementi che contribuiscono ad enfatizzare l'impatto scenografico.
Recatosi a Ferrara, Zola inizia un breve apprendistato presso la bottega del paesaggista messinese Giulio Cesare Avellino, pittore dallo stile evocativo ed esponente della poetica rovinistica. L’utilizzo dei forti chiaroscuri e l’inserimento delle vivaci figurine fra i ruderi di ampie aperture paesistiche sono caratteristiche peculiari delle opere del siciliano che ritroviamo anche nella produzione dello Zola. È possibile che l’invenzione e l’immaginazione di quest’ultimo sia stata altresì stimolata dalla frequentazione della Galleria del cardinale Tommaso Ruffo - prima legato, poi Arcivescovo di Ferrara - dove erano esposte al pubblico opere di Salvator Rosa, Paul Bril, Filippo Lauri, Jan Miel e altri paesaggisti. Non va inoltre sottovalutato il ruolo della grande diffusione della grafica e della stampa nella trasmissione della paesaggistica veneta, unita al naturalismo nordico.
Il pittore interpreta i grandi paesaggi naturalistici con veloce disinvoltura, quasi sempre senza effettuare copie dal vero, come riporta il prelato ferrarese Cesare Cittadella nel suo Catalogo Istorico: “fu così fertile e vero nell’invenzione, che cento diversi paesi era capace d’inventare, e figurare siti naturali, che sembrano da Lui veduti, e copiati dalla natura, se bene altra sorgente non conoscevano, fuorché la feconda sua immaginazione”.
Lo stesso Cittadella riporta inoltre la spiccata rapidità di Zola nella realizzazione delle sue opere: “con estrema prontezza scorreva col pennello medesimo sopra tutto il quadro”.
I risultati delle moderne analisi stratigrafiche hanno confermato tali affermazioni, poiché il pittore, prima di procedere nella stesura dei colori, imprimeva sulla tela una preparazione bruna ottenuta da una miscela di terre calcaree che rendeva i colori più intensi e gli consentiva maggiore rapidità di esecuzione, applicando poco colore nelle zone in ombra.
Bibliografia:
- B. Giovannucci Vigi, Giuseppe Zola: 1672 – 1743. Natura e paesi nei dipinti della Cassa di Risparmio di Ferrara, Firenze 2001
- G. Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, Ferrara 1844-1846, vol. II, pp. 572-573.
- L. Lanzi, Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin presso alla fine del XVIII secolo, vol. V, Bassano del Grappa, Remondini, 1809.
- C. Cittadella, Catalogo Istorico dé pittori e scultori ferraresi e delle opere loro con in fine una nota esatta delle più celebri pitture delle chiese di Ferrara, Ferrara, 1782.
Scritto da: Francesco Chirico
Editor: Angelica Agrò